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L'intervista esclusiva. Fabio Stassi: «Vorrei imparare a essere uno scrittore»

C’è chi è geniale, ma non sa di esserlo. E c’è chi, pur essendo di capacità narrative superiori alla media, riesce a conservare l’umiltà. È forse il caso di Fabio Stassi, noto scrittore romano e dipendente de «La Sapienza» di Roma (Biblioteca di Studi Orientali, ndr), che ha deciso di concedere ai lettori di Eulogos un'intervista esclusiva. 


Come e quando si è reso conto di essere uno scrittore?
Non ci si rende mai conto di essere uno scrittore. È ancora quello che vorrei imparare a essere. Ma posso dire che già da bambino sapevo che questa era la mia più grande aspirazione. Una sera, ero piccolo, nevicò a Roma, fu un fenomeno insolito e straordinario, che mi incollò alla finestra della cucina. Il giorno dopo provai a raccontarlo, con le parole, e mi resi conto di quanto era difficile, ma anche di quanto quella difficoltà mi affascinava. Credo sia legato al linguaggio. Scrivere è sempre stato per me il modo in cui ho cercato di esprimermi, per me il più congeniale.

Ci racconti il suo rapporto con la scrittura: com'è cambiato nel tempo? Cosa significa scrivere oggi e cosa significava agli inizi? Cosa gli è rimasto, cosa ha perduto o cosa ha guadagnato? 
Per scrivere ci vuole una dedizione monastica. È un’attività che ha bisogno di essere ripetuta, ogni giorno, meglio se alla stessa ora. Un’abitudine, insomma. Io scrivo in treno, durante i miei viaggi di pendolare, mentre vado al lavoro. Questo mi dà un ritmo, un orario. È come allenarsi: anche per un microscopico miglioramento ci vuole tantissimo tempo, e tantissima dedizione. All’inizio scrivevo in maniera barocca. Poi ho iniziato a diffidare degli aggettivi come di alcuni amici che ti possono tradire. Si cambia, negli anni, ma i cambiamenti sono lenti. E quello che non cambia, forse, è la voce, comunque. Si può affinare, ma il timbro è quello, e su quello bisogna lavorare.

Con il suo romanzo "L'ultimo ballo di Charlot" ha ricevuto numerosi riconoscimenti; in particolare il Premio Alassio Centolibri - Un autore per l'Europa - la cui finalità è il sostegno ed il miglioramento dei rapporti culturali con le nazioni europee, fondamentale per lo sviluppo di uno spirito unitario nei cittadini dei vari Paesi dell'Unione. Dunque, che emozioni ha provato in quel momento, ma soprattutto, si aspettava questo successo?
No, non me lo aspettavo. Stavo per pubblicare quel libro con un editore per ragazzi. E invece è stato letto come una favola per adulti, e di questo sono molto contento. Sono stato felice anche che sia stato tradotto. Considero la letteratura un fenomeno sovranazionale, un territorio senza confini. E i lettori sono cittadini apolidi. Credo molto nell’Europa, come il sogno risorgimentale di una confederazione. Non dovremmo mai dimenticare la grande opportunità di avere una moneta unica e la facilità con cui oggi possiamo muoverci da uno stato all’altro dell’unione, cosa che non era così facile quando ero ragazzo.

Lei ha tenuto una  conferenza, nella nostra scuola, in occasione della Notte dei Licei, sulla poetessa milanese Alda Merini. Che rapporto ha con le sue poesie? Che insegnamento possono dare sia agli uomini, sia alle donne?

Alda Merini mi coinvolge particolarmente perché la sua scrittura corre sul filo dell’emotività: è come se lei si giocasse in ogni verso la vita, o almeno la sua sanità mentale. E la poesia fosse al momento stesso cura e follia. Una follia benevola, però, per quanto dolorosa. Ho un’idea di letteratura come di un territorio dove si corrono molti rischi. E credo che abbiamo abbandonato la poesia, e che anche per questo viviamo un tempo senza poesia. Spero, anzi sono sicuro, che proprio i ragazzi sapranno ritrovarla. Mi auguro, e auguro a tutti, di avere un libro di Alda Merini, o di Caproni, di Gozzano, Campana, Cardarelli o qualsiasi altro poeta, sul comodino e di leggere sempre una poesia, prima di dormire. Credo che favorisca i nostri sogni, che possa essere una maniera migliore di respirare. Nessun altro essere vivente, sulla terra, ha imparato a leggere. E la poesia è la forma più alta della nostra condizione di esseri umani.

Se potesse scegliere solo tre dei suoi libri, da consigliare a noi ragazzi, quali sarebbero?

Non consiglio mai i miei libri. Ce ne sono molti altri, da leggere, che valgono la pena. E ogni volta che un ragazzo apre un libro, sono felice perché soltanto così i personaggi di romanzo tornano a vivere. Consiglio di leggere i sudamericani, Osvaldo Soriano, Jorge Amado, Gabo Marquez. Posso soltanto dire che tra i miei personaggi, sono molto affezionato a Capablanca.

Eleonora Frongia
(ultima modifica 14 marzo 2018 ore 14:34)

Credits: foto "minimumlab". 

L'autrice Eleonora Frongia è una studentessa del V ginnasio. Perennemente ottimista e gioviale, Frongia è alla ricerca continua di storie da trasmettere. È membro fisso della redazione di Eulogos. 



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