Passa ai contenuti principali

La notizia. Droga e ragazzi: un binomio pauroso




Esiste una bellissima (e alquanto nota) poesia di Jacques Prévert che si intitola "I ragazzi che si amano", di cui sono affascinata (potete leggerla qui). Mi è tornata in mente all'inizio di questo articolo, e ho pensato che si potrebbe sostituire, con uno sforzo di fantasia, la parola "amano" con il vocabolo "drogano". Infatti, proprio come gli innamorati, i drogati appaiono distanti, strani, immersi in una dimensione che non è quella ordinaria, regolare, prevedibile. I tossicodipendenti sembrano emergere dall'ombra della realtà per abitare i limiti della stessa. Eppure, non sono che ragazzi comuni, provenienti da diversi ambienti sociali e da situazioni familiari differenti. Basta entrare in un qualsiasi istituto per incontrarli. Spesso se ne conoscono i nomi, ma ciò che fanno viene riportato quasi come una leggenda, un affare vago di cui non si può confermare la veridicità, a meno di non assistere personalmente all'evento. Perlopiù, questi ragazzi fumano canne, fanno uso di hashish e marijuana e alcuni integrano queste già pericolose sostanze con la codeina (ndr oppiaceo usato come analgesico, cioè per rimuovere il dolore).
Mi chiedo se siano consapevoli della loro scelta, se si rendano conto degli effetti a lungo termine quanto di quelli immediati, se vi sia qualcosa che li spinga a farlo o se lo facciano per noia. Mi chiedo se si sentano in colpa o, al contrario, invincibili. Mi chiedo se per loro sia un problema morale. 
Per cercare di rispondere a queste domande, ho cercato l'opinione dei ragazzi, sia attraverso un sondaggio online sia tramite il dialogo con alcuni di loro. Da un quadro generale, su un campione eterogeneo di cinquanta unità, è emerso che metà delle persone intervistate ha fatto o fa uso occasionale di marijuana e hashish, alcuni invece ne abusano frequentemente e solo pochissimi assumono queste altre sostanze ogni giorno. 
È presente una tendenza favorevole alla legalizzazione delle droghe cosiddette "leggere", mentre è unanime la condanna di quelle definite "pesanti" (cocaina, eroina ecc.). Tra le risposte che ho ricevuto, vorrei riportare questa: «Secondo me, la legalità è un discorso distinto dal fatto che una sostanza sia nociva. Non è giusto che, per delle scelte personali, una persona entri in contatto con l'illegalità». L'anonimato che ha protetto chi ha espresso questa osservazione all'interno del sondaggio
non mi permette di risalire al suo autore, ma lo ringrazio, perché mi consente di prendere in considerazione, invece, la dimensione personale di chi sceglie, più o meno consapevolmente, di assumere sostanze stupefacenti. 
I motivi che vengono riconosciuti quali causa delle insane somministrazioni sono vari: la noia, la voglia di trasgressione, la moda, la ricerca del divertimento, la curiosità, un semplice momento di relax. Ma, oltre questi, il motivo principe individuato dai ragazzi è il disagio personale. Questo mi ha stupita, perché non coincide con la visione della droga quale piacere  ricreativo. Comunque, prendendo in esame questo aspetto, si può notare la differenza tra due tipi di tossicodipendenti: il dipendente da nicotina e quello da cannabinoidi. Il primo trova nella sigaretta un palliativo per l'ansia; il secondo va in cerca di qualcosa che possa aiutarlo a superare le difficoltà quotidiane. Ricordo un ragazzo che, molto candidamente, disse: «Mi sono fatto una canna, perché non sapevo come affrontare una situazione ». Ciò che cercava era il coraggio, ma la sua idea di coraggio era errata: escludeva, infatti, la paura dell'ignoto e del fallimento. 
Arrivati a questo punto, la questione sulla liberalizzazione e la legalizzazione delle droghe non sembra più così interessante. È importante, ma non è fondamentale; infatti, non tocca il cuore del problema. Io posso seminare brevi informazioni sulle sostanze stupefacenti. Posso scrivere che la THC, componente attiva della cannabis, può provocare danni cerebrali a lungo termine; che gli oppiacei, come l'eroina, conducono rapidamente alla dipendenza perché l'organismo si dimostra immediatamente tollerante; che le anfetamine sono neurotossiche e bruciano i neuroni (ndr i neuroni non ricrescono più, una volta distrutti). Posso riportare, ancora, tutti gli effetti devastanti delle droghe, ma la paura di vivere verrebbe, solo per un attimo, sopraffatta da un fugace timore di morire. 
Gli adulti, che hanno molto sofferto, che hanno fallito innumerevoli volte, che sono stati molto umiliati, derisi e disprezzati, non possono instillare il raggiunto coraggio a tutti gli adolescenti che trovano una risposta nella dipendenza (di qualsiasi natura essa sia). Ma possono offrire l'esperienza del loro fallimento come garanzia di una vita vissuta con successo. Non è la caduta a compromettere l'animo, ma il non sapersi rialzare: questo messaggio va trasmesso. I ragazzi che si drogano, per dirla alla Prévert, "sono altrove molto più lontano della notte" e hanno le nostre stesse caratteristiche: necessitano, però, di un esempio che sappia ispirarli  e allontanarli dalle tenebre (notturne) dell'assuefazione. 

Valentina Nanni
(ultimo aggiornamento: 03/01/2018, ore 17:49).



Autrice: Valentina Nanni è una studentessa liceale. Coltiva la passione per la scrittura e la lettura. Di carattere riflessivo, è un'arguta osservatrice dei fenomeni giovanili. Questa inchiesta è il suo primo articolo in Eulogos.
In copertina: progetto grafico, colori e realizzazione a opera di Alessia Puggioni.
Disclaimer: i dati del sondaggio citato sono veritieri, cioè sono stati esposti i risultati effettivamente ottenuti, ma non è stato determinato chi abbia risposto veritieramente, chi falsamente.

Commenti

  1. La droga è un problema che va risolto al più presto per evitare generazioni "perdute".

    RispondiElimina

Posta un commento

Il tuo commento, prima di essere pubblicato, sarà valutato da Eulogos.

Post popolari in questo blog

L'intervista esclusiva. «Io e Nicola? Molto amici». Riccio si racconta a Eulogos

«La mia prima esperienza di rappresentanza studentesca, cominciata da quella di classe,  è avvenuta in quarta ginnasio». È questa la confessione, lievemente malinconica, dell'oristanese Francesco Riccio, storico rappresentante d'istituto, diciannovenne, maturando 2018. Francesco, un ragazzo alto, ben piantato, dal tono perennemente compito e i modi diretti, possiede un fiuto da segugio verso i problemi degli studenti e alla minima necessità dei suoi compagni d'Istituto, come per riflesso pavloviano, interviene con mano chirurgica. Ora che una nuova realtà scolastica, l'università, lo attende, Francesco si prende il giusto tempo per guardarsi alle spalle e raccontare se stesso. E sceglie di coinvolgere, in questo percorso di introspezione, anche Eulogos.
Prima esperienza di rappresentanza di classe: fallimentare o di successo? «È acqua passata».
Nulla da aggiungere? «A me è piaciuto molto quel compito: peccato non mi abbiano rieletto per il secondo anno».
Quando hai pens…

Mondo scienze. Perché insegniamo matematica? L'insegnante Molinari risponde

Immagine tratta dal Corriere della Sera. 



Perché insegniamo matematica? In varie parti del mondo, le attuali riforme sembrano porre l'accento soprattutto sull'utilità/necessità della matematica, per la carriera lavorativa ma anche per la difesa nazionale o per gestire l'economia. In un documento del 2000, «il NCTM (National Council of Teachers of Mathematics) afferma in modo netto che gli studenti hanno bisogno di apprendere la matematica, e per estensione noi docenti di insegnarla, per motivi che vanno oltre, ma comprendono, "la Matematica necessaria"». La matematica può servire per la vita, perché conoscerla può «dare soddisfazione personale e un senso di sicurezza », la matematica è parte del patrimonio culturale, serve per il lavoro e per la comunità scientifica e tecnologica. 
Personalmente,  ho scelto di insegnare matematica, perché mi ha sempre rilassato: per me, svolgere i temi d'esame della maturità, quando frequentavo la quinta liceo scientifico, era …

L'opinione. Il sindacalista ivoriano: «Salvini, noi immigrati sfruttati». E la sinistra gli plaude

Aboubakar Soumahoro è oggi un nome, anche se non ancora conosciuto da molti, che piace pronunciare per rappresentare il PD. Dirigente del sindacato autonomo Usb, Soumahoro è italo - ivoriano, di cittadinanza italiana, ha 38 anni e, dopo aver partecipato a scioperi e manifestazioni per ricordare l'omicidio di Soumaila Sako, attivista ventinovenne malese in forze presso il suo stesso sindacato, ucciso lo scorso 2 giugno a San Calogero (nel Vibonese) in una sparatoria, continua la sua lotta per difendere i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nelle Piana di Gioia Tauro e costretti a vivere in condizioni precarie nella tendopoli di San Ferdinando. Dopo la frase del Ministro degli Interni Salvini, la nota «la pacchia è finita (…). I migranti hanno mangiato alle spalle del prossimo troppo abbondantemente», Soumahoro, durante lo sciopero dello scorso 4 giugno, ha replicato: «Salvini dichiara che la pacchia è finita. Per lui, non per noi. Soumaila era un cittadino, un bracciante, u…